Sfide d’alta quota. Architetture d’alta quota.

A distanza di un secolo dal famoso testo di Adolf Loos “Regole per chi costruisce in montagna”, l’occasione della ricostruzione di tre rifugi in Alto Adige ha aperto un interessante ed appassionato dibattito sulle modalità di insediamento della “nuova” architettura nel contesto alpino, non solo tra progettisti e addetti ai lavori ma anche tra chi, più in generale, condivide la passione per la montagna. Quali sono i parametri per poter valutare la qualità di un progetto architettonico ed il suo corretto inserimento nel paesaggio alpino? È possibile, oggi, definire “regole“, manuali o linee guida da seguire per poter ottenere risultati di oggettiva qualità? La risposta sta nelle semplici parole di Loos : «…sii vero…», cogli, cioè, l’essenza del contesto e della tradizione costruttiva e usa le capacità tecniche ed estetiche del tuo tempo per ottenere il migliore dei risultati, senza “strafare” ma, allo stesso tempo, anche senza rinunciare alla poetica ed alla ricerca. Non si tratta, allora, di applicare “regole”, ma di mettere in pratica l’essenza stessa della professione dell’architetto: ovvero, usare il linguaggio della contemporaneità per costruire manufatti, confrontandosi con il contesto e con l’evoluzione delle tecniche costruttive nell’ottica della sostenibilità e rispetto dell’ambiente. In fin dei conti, l’architettura è una disciplina viva, come vivi, ed in continua evoluzione, sono i temi legati all’estetica, alla forma e alla tradizione. È quindi necessario, proprio per questi motivi, rivendicare il ruolo sociale e culturale, oltre a quello tecnico, della figura dell’architetto che con la propria opera e la propria attività di ricerca trasforma un territorio imprimendo un’evoluzione anche nel gusto e nell’estetica della società in cui vive.
Tornando al testo di Loos, è importante evidenziare che esso fa riferimento ad un contesto antropizzato, dove l’esperienza del contadino ha nei secoli affinato modalità e tecniche costruttive, empiricamente, procedendo per tentativi, fino ad un’ottimale soluzione tecnica delle proprie esigenze nel rispetto del territorio circostante. Questo non è accaduto per i rifugi d’alta quota. L’alta montagna è, infatti, rimasta inviolata per secoli e solamente dopo la “scoperta” dell’alpinismo, a fine Ottocento, e in modo più intenso dall’inizio del secolo scorso, è stata oggetto di singoli interventi di “antropizzazione”. La realizzazione dei rifugi d’alta quota non vanta, come l’architettura rurale, una tradizione millenaria, ma ha mutuato il sapere costruttivo del luogo e le tecniche per la realizzazione di edifici in contesti meno impervi. Le nostre montagne sono state, in questo modo, oggetto di puntuali interventi di costruzione di edifici in pietra, muratura o legno, secondo le possibilità economiche e di accessibilità al sito. Nella maggior parte dei casi i rifugi erano, infatti, raggiungibili solamente a piedi e questo ha influito sulle scelte tecniche e progettuali, portando alla costruzione di edifici quasi spontanei ed auto-costruiti, che avevano come principale obbiettivo quello di dare una risposta alle esigenze funzionali della struttura e non certamente a quelle estetiche. Va inoltre segnalato il contesto con cui questi manufatti si sono sempre confrontati: nella quasi totalità dei casi si tratta di un paesaggio straordinario che faceva necessariamente scivolare l’architettura dei rifugi alpini in “secondo piano”. L’evoluzione delle necessità prestazionali dei rifugi, l’aumento esponenziale dei fruitori ed infine la facilità di accesso con elicotteri o altri mezzi di trasporto ha portato, nel tempo, a numerosi interventi di ampliamento e ristrutturazione che hanno trasformato i rifugi da singole capanne in agglomerati dalle forme complesse.
Cosa significa quindi oggi costruire un “nuovo “ rifugio? Significa realizzare strutture che riproducono quella sensazione di spontaneità e tradizione mascherando dietro finti rivestimenti in legno strutture in cemento e impianti tecnologici all’avanguardia oppure invertire completamente l’approccio, mettendo in “primo piano” quello che le nuove tecniche ed i nuovi materiali oggi permettono di ottenere?
La costruzione di un edificio in alta quota, in un contesto naturale vasto e “immacolato” è, indipendentemente dal linguaggio utilizzato e dai materiali impiegati, una “violenza”, un elemento di “disturbo”, di confusione percettiva che ha poco a che fare con il luogo. In questa dialettica tra naturale ed artificiale vince comunque la Natura, quindi il rifugio è e rimane un intruso. Un atteggiamento radicale potrebbe coerentemente richiedere di non realizzare nessuna struttura in alta quota e di eliminare quelle esistenti. Volendo invece essere meno ideologico per dare risposta reale al vero e ruolo del “rifugio”, che deve, cioè, dare protezione ed ospitalità a chi frequenta la montagna, è necessario che il rifugio sia posto in evidenza visiva, sia cioè percepibile e facilmente raggiungibile. E, quindi, non certamente nascosto e mimetizzato nel paesaggio. In questo senso emerge il valore iconico e di segnale delle strutture che, come fari nella notte, oltre che meta, diventano riferimento per gli escursionisti svolgendo il ruolo di veri e propri landmark dentro il paesaggio naturale.
È importante evidenziare che la costruzione di un edificio in alta quota presuppone, nella maggior parte dei casi, un approccio sensibile ed accorto, che sottenda una reversibilità in grado, all’occorrenza, di “ripristinare” la verginità del luogo. Gli edifici sono solamente “appoggiati” sulla roccia, con un semplice basamento, nella migliore delle posizioni rispetto ai possibili pericoli, ma senza modificare e trasformare lo spazio esterno. La demolizione di un rifugio dovrebbe permettere un facile ripristino delle condizioni naturali del sito. Per questi motivi la realizzazione di un nuovo rifugio gode, paradossalmente, di una maggiore libertà espressiva proprio perché isolato e decontestualizzato rispetto ad un edificio costruito in un ambiente urbano di fondovalle. E questo appare particolarmente evidente per la realizzazione di bivacchi e piccoli ripari che spesso utilizzano strutture prefabbricate portate in quota e montate in sito. Questo atteggiamento si applica, spesso senza troppe polemiche, anche per gli impianti di risalita, ritenuti elementi tecnici e quindi delle macchine slegate dal contesto proprio per le loro caratteristiche dipendenti unicamente da esigenze tecniche e dalle dimensioni fuori scala rispetto al contesto, dimenticando forse troppo spesso le possibili potenzialità estetiche e formali.

Per la ricostruzione di tre rifugi, seguendo una tradizione ormai consolidata per garantire la qualità dei progetti architettonici, la Provincia autonoma di Bolzano ha indetto tre concorsi ad invito. Per ogni rifugio sono stati coinvolti otto studi altoatesini di fama consolidata, generando in questo modo un “patrimonio” di idee contenuto in ventiquattro progetti che non rappresentano solamente una risposta alle esigenze tecniche e funzionali della committenza ma costituiscono un importante contributo culturale per tutto l’arco alpino. Edelrauthütte/rifugio Ponte di ghiaccio a 2.545 metri, Schwarzensteinhütte/rifugio Vittorio Veneto a 2.923 metri, Weisskugelhütte/rifugio Pio XI a 2544 metri: si tratta dei tre rifugi, posti al confine tra l’Alto Adige-Südtirol e l’Austria, oggetto di intervento. Viste le precarie condizioni delle strutture attuali per i tre manufatti è stata prevista la demolizione e la ricostruzione ex novo. Per il rifugio Vittorio Veneto è stata prevista la ricostruzione in posizione diversa e più sicura, a circa 300 metri rispetto alla posizione attuale.
La giuria composta da tecnici e da rappresentanti delle diverse associazioni alpine, tutti appassionati frequentatori della montagna, ha valutato i progetti partendo dal bisogno di soddisfare il programma funzionale della struttura e cercando, al contempo, un equilibrio tra gli aspetti pratici e quelli estetici e formali, senza che questi ultimi potessero prevalere. Particolarmente interessante è stato poter mettere a confronto modalità progettuali ed approcci formali molto differenti: dalle soluzioni più rassicuranti ed “ammiccanti” alla tradizione, a quelle più spinte in una ricerca tipologica e formale capace di evocare una nuova visione ed interpretazione del rifugio alpino. Spesso la soluzione formale proposta ha cercato un’ispirazione dal paesaggio circostante, riproducendo così massi erratici, cristalli e volumi spigolosi che tentano un dialogo con la morfologia dell’intorno. In altri casi, molta attenzione è stata riservata alle componenti formali dei manufatti, facendoli diventare delle nuove icone capaci di imprimere, lungo i sentieri di montagna, un segno molto visibile, ponendosi come riferimento visivo per gli alpinisti che transitano in quei luogo in condizioni avverse, ansiosi di trovare finalmente un luogo di riparo. Anche le soluzioni tecniche ed energetiche diventano tema di progetto: ampie superfici ospitano pannelli fotovoltaici ed impianti che non possono, per loro natura, essere nascosti alla vista degli alpinisti, visto che il rifugio alpino mostra sempre la sua “quinta facciata”, il tetto, visibile sia dal basso che dall’alto. Infine, nella definizione funzionale, l’attenzione si è concentrata sull’articolazione degli spazi interni, mentre solo in alcuni casi il progetto si è spostato all’esterno per ripensare e modificare gli spazi aperti. La ricerca di nuovi e diversi usi del rifugio, attraverso inedite soluzioni tipologiche e distributive, arricchisce questo panorama di idee che costituisce un importante momento di riflessione sul rapporto tra la montagna ed i suoi fruitori.
Il presente numero di Turrisbabel documenta tutti i ventiquattro progetti che hanno partecipato al concorso. L’obiettivo è quello di trasmettere la ricchezza e varietà delle soluzioni proposte e di permettere una più approfondita valutazione delle soluzioni proposte. Le foto di Leonhard Angerer ci accompagnano in un’ultima visita ai rifugi attuali, senza nostalgia, consapevoli che in quelli nuovi ritroveremo la stessa sensazione di protezione ed accoglienza. Perché, chiudendo ancora con l’aiuto di Adolf Loos, per lo stesso principio per cui “il correggiato è stato sostituito dalla trebbiatrice” questi manufatti rappresentano la maniera contemporanea di vivere la montagna. Con sapienza tecnica e con sete di autenticità. E con la consapevolezza, come ci ha insegnato l’architetto viennese, che “la Natura sopporta soltanto la verità”.

Alberto Winterle

 

Regole per chi costruisce in montagna _ Adolf Loos 1913

“Non costruire in modo pittoresco. Lascia questo effetto ai muri, ai monti e al sole. L’uomo che si veste in modo pittoresco non è pittoresco, è un pagliaccio. Il contadino non si veste in modo pittoresco. Semplicemente lo è.
Costruisci meglio che puoi. Ma non al di sopra delle tue possibilità. Non darti arie. Ma non abbassarti neppure. Non porti intenzionalmente ad un livello inferiore di quello tuo per nascita e per educazione. Anche quando vai in montagna. Con i contadini parla nella tua lingua. L’avvocato viennese che parla con i contadini usando il più stretto dialetto da spaccapietre deve essere eliminato.
Fà attenzione alle forme con cui costruisce il contadino. Perché sono patrimonio tramandato dalla saggezza dei padri. Cerca però di scoprire le ragioni che hanno portato a quella forma. Se i progressi della tecnica consentono di migliorare la forma, bisogna sempre adottare questo miglioramento. Il correggiato è stato sostituito dalla trebbiatrice. .... Sii vero! La natura sopporta soltanto la verità. ...”

Adolf Loos, Parole nel vuoto, Milano, Adelphi, 1972 _ ed.or. Ins Leere gesprochen / Trotzdem, Wien, Herold Verlag, 1962

Alberto Winterle _Editoriale Turrisbabel n91