Come surfisti, nel mare in tempesta.

“Il disinteresse del pubblico per l’architettura non può essere tuttavia considerato come qualcosa di fatale ed inerente alla natura umana o alla natura della produzione edilizia, tale che ci si debba limitare a constatarlo. Ci sono senza dubbio delle difficoltà obiettive, e c’è una incapacità da parte degli architetti, degli storici dell’architettura e dei critici d’arte a farsi portatori del messaggio edilizio, a diffondere l’amore per l’architettura nella massa perlomeno delle persone colte.”
Bruno Zevi, Saper vedere l’architettura, Einaudi 1948

Sono passati oltre sessant’anni da quando Bruno Zevi, nel suo celebre scritto Saper vedere l’architettura, evidenziava il disinteresse della cultura e dell’opinione pubblica nei confronti dell’architettura e la difficoltà per chi si occupa architettura di trasmettere la passione e l’amore nei confronti di questa disciplina. Un chiaro paradosso, perché qualsiasi persona, indipendentemente dal luogo in cui vive, si confronta ogni giorno con gli spazi della propria casa e della propria città, frequenta abitazioni, negozi, musei, chiese, piazze, strade. Si confronta, insomma, con l’architettura.
Da dove nasce questa difficoltà, oggi ancor più accentuata di ieri, nel comprendere un linguaggio subendone passivamente l’evoluzione? Perché amministratori ed opinione pubblica si appellano spesso e troppo facilmente alla tradizione che pare dare loro sicurezza, e diffidano invece e del nuovo e del contemporaneo?
Credo personalmente che il ruolo dell’architetto non si esaurisca nell’atto del costruire, seguendo con coerenza un proprio percorso professionale, ma si completi pienamente solo trasmettendo il proprio contributo culturale alla società di cui egli è parte attiva.

Riportare al centro la figura dell’architetto e promuovere l’architettura sono quindi gli obiettivi che il nuovo Consiglio dell’Ordine pone come prioritari. Allo stesso tempo riteniamo fondamentale favorire le opportunità d’incontro e confronto tra i colleghi per una crescita comune che può arricchire ed avvicinare professionisti di diverse generazioni e provenienze.

Il particolare momento di difficoltà che stiamo attraversando impone però un ulteriore sforzo per difendere il ruolo della nostra professione. Ci troviamo in una fase di svolta che può avere serie ripercussioni in particolare nei confronti dei giovani che in questo momento si affacciano al mondo del lavoro.
L’architetto sta perdendo il ruolo di figura di rilievo e riferimento che storicamente ha avuto: ovvero quella del professionista che, attraverso la propria creatività artistica e capacità tecnica, era un vero e proprio punto di riferimento di tutti i processi urbanistici ed edilizi. Adesso stiamo diventando sempre più una semplice componente del sistema edilizio, quasi un “male necessario”: banalmente il soggetto che permette al cittadino o all’impresa di ottenere un’autorizzazione. Ma non si tratta di un fenomeno meramente “culturale”: vi sono, in questo senso, forti pressioni dell’apparato politico-amministrativo per ricondurre il ruolo dell’architetto ad un semplice ingranaggio di un sistema burocratico. Giorno dopo giorno aumenta la complessità delle pratiche edilizie e sui liberi professionisti ricadono sempre maggiori responsabilità. Ciò sta portando molti colleghi verso il limite della sopportazione.
A ciò si aggiunge la riforma delle professioni, in fase di definizione, che si muove sul labile limite tra il necessario aggiornamento di una professione definita e normata da un’impostazione che deriva dal passato e, dall’altra parte, il presunto attacco ad una corporazione aggrappata a “privilegi” obiettivamente difficili da individuare. In questo contesto la liberalizzazione delle parcelle, avvenuta già nel 2007 con il decreto Bersani, l’imponente numero di architetti abilitati (circa 150.000 in Italia di cui 1.123 solo in Trentino), la difficile difesa delle competenze professionali in un ambito in cui tutti fanno tutto, il grave momento di congiuntura che ha bloccato il mercato edilizio, la difficoltà di accedere al credito e l’aumento dell’insoluto definiscono un quadro che definire “drammatico” sembra quasi un eufemismo.
Ritengo importante evidenziare e ribadire che non siamo contrari ad una riforma che, anzi, può essere un’opportunità. Siamo, in questo senso, pronti a metterci in gioco, sia a livello locale che nazionale, per trovare nuove forme e modalità di impiego nel processo delle costruzioni e della trasformazione della città. Ciò non può però avvenire indebolendo la figura dell’architetto ma invece garantendo la semplice possibilità di portare a compimento, pur confrontandosi con le leggi del mercato, la progettazione e realizzazione di un’opera con modalità e compensi adeguati.

Per questo è necessario riportare l’attenzione sul progetto, modificare le modalità di assegnazione degli incarichi, utilizzare in modo diffuso ed adeguato lo strumento del concorso di progettazione, valutare il lavoro dell’architetto attraverso parametri qualitativi e non banalmente economici.

Il nuovo Consiglio dell’Ordine ha intrapreso questa difficile strada in un momento di transizione e cambiamento. Auguro quindi ai colleghi consiglieri con cui condivido questa responsabilità, ai componenti delle commissioni di lavoro, alla redazione di questo bollettino/rivista rinnovato nella veste grafica e nei contenuti, e a tutti i colleghi iscritti all’Albo, un buon lavoro. E lo faccio evocando un’immagine proposta da Rem Koolhaas che vede l’architetto come un surfista sull’onda: l’andamento e la potenza dei mari in cui navighiamo è incontrollabile, sta a noi sfruttarne le forze e padroneggiarli scegliendo la nostra direzione.

Alberto Winterle
Presidente Ordine Architetti PPC _Editoriale a 1|2012